Los Angeles Lakers vs Utah Jazz L 110-117 (9-12)


E’ finito tutto.
La 12esima sconfitta in 21 partite (!), l’ennesima figuraccia casalinga, l’ennesimo match di scempi difensivi, con 100 punti concessi dopo poco più di tre quarti. Atteggiamento da fuggitivi, da superficiali, da squadra che si crede superiore quando non può permetterselo, perché non lo è.


C’è davvero molto poco da commentare, nonostante il sottoscritto in fondo ci credesse all’intervallo. Per gioco, vi propongo come avevo impostato il pezzo all’intervallo, nell’attesa del terzo quarto.

“I Los Angeles Lakers, dopo il negativo mini-tour in trasferta che li ha visti incappare in due sconfitte su tre match giocati, tornano a casa e aprono le porte dello Staples agli Utah Jazz.
Qualche ora prima, nello stesso parquet colorato però di blu, bianco e rosso, i Clippers hanno ottenuto la sesta W in fila, tanto per ricordare a questa triste versione dei Lakers, che ad oggi la gloriosa franchigia di Mikan, Kareem, Magic, Shaq e Kobe Bryant rischia di essere seconda a casa sua. 

Ebbene, la voglia di giocare e l’atteggiamento da schiaffi con cui i nostri scendono sul parquet ti fa dire che forse questo secondo posto in città è anche meritato. I Jazz si presentano in campo con grinta e voglia di fare il proprio lavoro e così partono subito forte: 0-8 di parziale, punti in contropiede, superiorità pressoché totale nel pitturato. Mike D’Antoni chiama un timeout d’emergenza e prova subito ad inserire Meeks e Hill dalla panca. Mossa vincente: per la prima volta nella storia recente dei Lakers, degli elementi della 2nd unit giallo viola cambiano l’inerzia in positivo e un indemoniato Jordan Hill ristabilisce le cose sotto le plance. I Lakers prendono coraggio e grazie anche a Kobe e all’onesto mestierante Duhon trovano il vantaggio al 12’, 27-25. Il secondo quarto inizia in nome dell’equilibrio: Ebanks esce dal circolo ‘Alcolisti anonimi’ per un paio di jumper, i telecronisti commentano Darius Morris con dei “Morris..no” o con dei “Morris..missed!”, smentendo una recente ma meritevole di complimenti (per il coraggio) teoria nata sul forum, Howard continua a giocare in maniera del tutto irritante. Paradossalmente, al rientro dei titolari, ritornano i problemi. I Jazz piazzano un 13-2 di parziale spacca gambe e chiudono il primo tempo allo Staples con autorità, 51-60.”

Ma ha senso impostarla in maniera così “seria”? No, oramai no.
E nulla importa che ad inizio terzo periodo Kobe e Metta tentino di salvare il salvabile. Poco importa che Jordan Hill, Meeks e un Duhon in gran serata ci mettano tanto cuore.
Poco importa tutto, perché gli UTAH JAZZ, a casa dei LOS ANGELES LAKERS giocano al gatto col topo per 48’. Si fanno riprendere ma poi scappano, te la fanno annusare come una brava teenager italiana per poi rivestirsi sul più bello. E finisce così. In siciliano, si direbbe a schifio.
Poche colpe ha D’Antoni se Howard si scopre attivo cattolico e si prende il giorno di pausa essendo domenica, se Jamison pare più un vecchio giocatore di bocce che di basket, se Hill sul più bello fa il quinto fallo nel quarto quarto che toglie dal match lui e la sua squadra, se Morris fa resuscitare un Tinsley in prospettiva pensionistica persino in Italia.

La stagione è iniziata storta, con una squadra male assortita, con una serie di episodi negativi, con un filotto di partite giocate in maniera indegna. E finirà storta. Anzi finirà in maniera disastrosamente storta se nessuno in quello spogliatoio si toglierà il puzzo sotto il naso da prima donna presuntuosa.
Un’indegna partita finisce in maniera ancor più indegna: con l’illusione di poterla vincere, fino agli ultimi secondi. I Jazz sono bastardi, anche alla fine seguono l’esempio della tipica ragazza italiana e te la fanno annusare, la rimonta. Ma grazie al cielo, arriva la benedetta sirena a salvarci, oltre che a sancire il punteggio finale: 110-117.

 

D.M.


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