L.A. Lakers vs San Antonio Spurs, Game 4 82-103 (0-4)



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Lo STAPLES è silenzioso. Spento. Scolorito. Flebile. Pallido. Chi è rimasto di noi ha la parola “RESA” scritta in faccia. Gli uscieri hanno distribuito fazzoletti bianchi al pubblico (e non è uno scherzo). Abbiamo il nostro eroe senza tendine d’Achille, 2 hall of famer fuori, l’intero backcourt e 6 giocatori in totale. Un Howard da rifirmare, un D’Antoni da (si spera) allontanare.


Una seconda rivoluzione da compiere, a un anno dalla prima. La partita e il suo risultato meramente numerico, detto chiaramente, non interessa a nessuno. Anche perché non abbiamo né i mezzi né la voglia di provare a salvare la faccia…e non avrebbe neanche senso salvarla.

Una stagione maledetta, con la scomparsa del Dottore, il cambio di “allenatore”, l’infortunio di Kobe…dove tutto ciò che poteva andare male è andato peggio…anche se a mio parere più interessante della scorsa. I progressi di Dwight durante la stagione e specialmente dopo l’All-Star Game hanno fatto ben sperare per il futuro e lasciato intendere un commitment (*)diamonds in the rough pescati assolutamente per caso (vero, D’Antoni) come Earl Clark hanno rasserenato per diverse partite un cielo troppo spesso plumbeo.

Abbiamo bisogno, una volta per tutte, di buon management. Non possiamo sempre uscire gratis di prigione. C’è chi richiamerebbe il vecchio ma geniale direttore d’orchestra (che dirigerebbe senza gli strumenti adatti), chi sostituirebbe il violino catalano con un quartetto di clarinetti, chi farebbe incendiare il teatro a prescindere.

A prescindere dal “come”, le ricerche secondo me vanno ridotte a questi elementi: un playmaker titolare, atletico, solido, che consenta a Nash il ruolo in cui eccellerebbe meglio a 39 anni: la super riserva di lusso/change-of-pace guy, in campo non più di 30 minuti per la sua incolumità; esterni tiratori, difensori, versatili, ciò che sono (per dirne due) Leonard e Green per gli Spurs. 

Ovviamente per attuare il master plan serve imprescindibilmente una nuova guida tecnica, e qui ci ricolleghiamo al discorso del monopoli: Jim Buss (e Mitch, che verrà sempre chiamato in causa, visto che da un grande potere derivano grandi responsabilità) non può fallire una terza volta la scelta dell’allenatore, qualunque essa sia.

(*) Vorrei raccontarvi della partita, ma vi racconterò invece di un episodio accaduto nel terzo quarto. Dwight viene espulso, e fin qui niente di strano, ma nella strada verso il tunnel incontra Mitch e gli urla qualcosa contro…mentre nello stesso momento Kobe esce dalla pancia del palazzo e si siede in panchina…ricevendo la standing ovation più forte di tutti i playoffs. Lascio a voi le conclusioni.

Gli Spurs vincono 103 a 82 e affronteranno la vincente della più bella serie di tutti i playoff (Denver-Golden State), mentre noi affronteremo…bè, lo sapete, un’altra lunga estate caldissima, ma stavolta per davvero. E’ tempo di bilanci, ma non ci sono dividendi. Noi tifosi, azionisti di minoranza, siamo gli unici a cui non si può rimproverare nulla. Una community forte, appassionata, presente anche nei momenti più bui, e poi nella rincorsa (inutile) ai playoff. Stay strong, Lakersland. 

Uno dei miei desideri per l’anno prossimo è questo: parafrasare Christopher Walken in Prova a prendermi… “-Frank, sai perché i Lakers vincono sempre? -Perché hanno Kobe Bryant? -Naaah…perché nessuno riesce a staccare gli occhi dal giallo e viola delle loro divise…” E’ stato esaudito in passato. Lo sarà ancora.


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