Memories: la fine di un’era…

Una sera come tante, seduto sul divano, tra tv ed internet poi così per caso incappo nella registrazione del Kobe Day e allora la mente comincia a riavvolgere una pellicola che per troppi mesi ho fatto finta che non ci fosse…perchè quella pellicola, lunga 20 anni, è una parte troppo bella della mia vita…

Nel 1996 avevo esattamente 20 anni…Mel Gibson era William Wallace, il Figlio del Vento vinceva il quarto oro nel salto in lungo e Michael Johnson superava la barriera del suono. Il secondo e ultimo vero Dream Team si apprestava a giocare le Olimpiadi di Atlanta con il neo giallo-viola Shaquille O’Neal e vedere accostato il suo nome a quello dei Lakers suscitava in me una eccitazione cestistica che non sentivo da tempo; ero appena uscito dalla crisi post Magic, avevo i brufoli, mi piaceva la Bailey’s e il mio Zip mi scorazzava in giro per le serate modenesi e gli eccitanti Lakers di Del Harris ci avevano fatto sognare in post season…Insomma la sofferenza era finita.

Jerry West, prima ancora del colpo O’Neal, aveva portato alla corte losangelina tale Kobe Bryant da Reggio Emilia, o meglio da Philadelphia.Più in là tutto sarebbe stato più chiaro.

Sono cresciuto con lui, da universitario spensierato a padre di due figli, abbiamo fatto tutto insieme, siamo diventati uomini assieme: dai suoi primi playoff, a quella tremenda gara 7 contro Portland che probabilmente mi ha tolto qualche anno e aggiunto tanti capelli bianchi, lì lui ha cominciato la sua leggenda trascinando i Lakers ad una rimonta memorabile. I ricordi del threepeat sono tanti: gara 4 ad Indiana ed infine il primo titolo, il secondo ed il terzo, con quell’epica serie contro le Queens con Robert Horry a metterla sempre quando contava e la vittoria in OT a in gara 7 a Sacramento. Poi il processo per stupro a complicare le cose; la sua arroganza, cestistica e non, ha rischiato di rovinare qualcosa di perfetto perché il posto a lato del guidatore non faceva più per lui, la macchina la voleva guidare da solo e le finali con Detroit me le ricordo di una amarezza infinita; un’agonia, con una squadra distrutta dalla lotta tra lui ed O’Neal.

Il primo anno post Shaq, lo ammetto, fu terribile ma penso lo fù di più per Rudy T . Ho avuto il dubbio che avessimo sbagliato, che lui avesse sbagliato. Ho cercato di capirlo, ad un certo punto non gli ho più creduto, poi, come un uomo in missione, mise assieme la stagione perfetta, perché quei 35 di media, il 62 – 61 Kobe vs. Dallas, gli 81 e la serie perdente più bella della storia lacustre sono stati un film da Oscar, come Braveheart, più di Braveheart. Lui era il nostro William Wallace.

In quell’anno arriva Lakersland, arrivano amici “malati” come me per il Purple&Gold, arriva Andrew Bynum e la consacrazione presunta (e mai definitiva) del mio idolo Lamar Odom, noi eravamo li, c’era gente che mi capiva. Notti intere di live, a scannarci su Kobe, Lamar, Bynum e Smush Parker, si perché noi come play avevamo Smush Parker, lo ripeto: Smush Parker. E poi Sissy, come dimenticarci di lui…mani d’argilla, talento mai esploso anzi imploso.

Sono nate amicizie, viaggi assieme in America a vedere lui e lo posso dire con orgoglio: sono stato il primo. Un grazie a Snake, non lo dimenticherò mai. Gioie e dolori, testardaggine e canestri, sempre discusso ma in fondo sempre amato, perché essenza dei Lakers. La sua scommessa l’ha vinta, non da solo, perché senza quello spagnolo ora staremmo a scrivere un’altra storia, quel catalano che forse è stato l’unico ad avere il suo immutato rispetto, anche troppo, fino all’eccesso. I due titoli contro Orlando e Boston lo hanno definitivamente messo assieme ai grandi ed immortali, ha preso il posto che ti spettava nell’olimpo del basket.

L’ho accompagnato in un viaggio che pensavo non finisse mai, lo credevo immortale, l’ho visto segnare due liberi con un tendine rotto mentre Double P usava la sedia a rotelle per una botta al ginocchio. L’ho visto invecchiare, cadere, rialzarsi, ricadere di nuovo, e il suo fisico non lo riconosceva più ma è andato avanti, forse oltre. Però quel 13 Aprile 2016 ha fatto qualcosa che non pensavo fosse possibile, in quel corpo stanco, martoriato dagli infortuni, con le ginocchia distrutte ne ha messi 60! Quei 60 forse sono quasi di più degli 81, quei canestri per portarci all’ultima epica vittoria valgono un MVP, perchè il suo corpo non c’era più. Quegli ultimi 6 minuti ogni tanto li torno a guardare, sono un insegnamento di vita a non mollare MAI e lui non hai mai mollato, neanche un centimetro. Guardo e riguardo quei canestri e capisco che qualcosa del genere non lo avremo più. Gioia per averlo avuto, tristezza per poterlo più vedere. E come sempre, anche nei sentimenti, divide, è stato così fin dal principio.

Ed oggi, 26 Ottobre 2016, comincio senza di te, i Lakers e Lakersland sono senza di te. Lo ammetto, non sarà più come prima. I grandi giocatori passano, le leggende restano, PER SEMPRE.

Grazie per aver condiviso con me una parte della mia vita, mi hai aiutato a renderla più bella.

Magic

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