Luke is back in town

Dopo due stagioni disastrose è finalmente finito l’incubo Byron Scott sulla panchina dei Lakers, e, neanche a farlo apposta, il giorno del licenziamento è coinciso con  il nostro 25 Aprile, giorno della Liberazione. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio iniziarono a circolare già le prime voci sui possibili candidati alla sostituzione: su tutti Luke Walton ed Ettore Messina. Quattro giorni dopo viene fissato il meeting con Walton, durante la pausa tra il primo e il secondo round di playoff, visto l’impegno contrattuale da assistente allenatore che lo lega ai Warriors. I noti insider hanno fatto sapere che il meeting è durato circa sei ore nelle  quali l’ex Lakers ha destato un’impressione positiva oltre ogni aspettativa, togliendo immediatamente ogni dubbio al front office. Poche ore dopo è arrivato l’annuncio  dell’ingaggio: sarà Walton il nuovo allenatore dei Lakers.

Reflections on Greatness: Kobe Forever

Reflections on Greatness: Kobe Forever

Se vi chiedessero come riassumere la carriera di Kobe Bryant, che parole usereste? Come lo ricordereste? Racchiudereste vent’anni in un concetto, o una citazione magari, oppure la reazione più istintiva che vi viene è quella di scrivere fiumi di parole, che inevitabilmente non basteranno a contenere tutto ciò che ci ha trasmesso?

L’ultima volta. Los Angeles Lakers vs Utah Jazz W 101-96

L

Forse non lo dovremmo neanche scrivere questo recap. Adesso che mettiamo le dita sulla tastiera ci rendiamo conto di non aver mai scritto un recap dei Lakers che non avessero Bryant a roster. È quindi l’ultima volta che ci prepariamo a raccontare una gara in gialloviola con Kobe in campo. Anche per noi di Lakersland, così, si chiude un’epoca: riunitici dieci anni fa da un altro forum, questo sito è nato dall’amore per i Lakers ovviamente, ma ispirato dalla passione per Bryant, da quella continua lotta che ci univa nella rete, contro chi gli diceva di tutto, dal perdente all’egoista. Siamo nati quasi come una setta, un gruppo intimo di amici adoranti dell’allora numero 8, e vogliosi di rivedere i Lakers ai livelli dei primi anni 2000. Dovremmo scrivere questo recap, ok. Ma forse quasi non dovremmo farne più uno. Perché è inutile negare che senza Kobe ad appassionarci, a tenerci insieme in anni in cui era l’unica ragione per vedere le nostre partite, probabilmente non sarebbe nata neanche questa comunità. Anche per questo dobbiamo ringraziare Bryant, considerando le amicizie e le fantastiche avventure nate su Lakersland. Un altro recap dei Lakers dopo Kobe Bryant? Sì, lo faremo. Ma non sarà più la stessa cosa.

March Madness 2016 Preview

March Madness 2016 Preview

Come scritto nei tweet durante la diretta del Selction Sunday il Regional più difficile è, senza alcun dubbio l’East. Dovesse arrivare alle Final Four il percorso più difficile dell’intero tabellone sarebbe quello di Kentucky che inizia con Stony Brook di Jameel Warney, poi Indiana (che comunque ha un’altra bella gatta da pelare come Chattanooga), quindi UNC per finire con la vincente di Xavier-WVU (che dovrà affrontare un’altra Mid-Major pericolosa come Stephen F. Austin). Favorita sulla carta è UNC ma Kentucky ha i mezzi per ribaltare il pronostico.

Nel South la mia favorita per il titolo, Kansas. Bill Self ha a disposizione un roster ampio ed equilibrato con un reparto esterni (Mason III, Graham e Selden Jr) che ha pochissimi pari; la squadra è rognosa sotto canestro con Ellis e Lucas (ma anche Traylor, Bragg e Diallo). Nella parte bassa del Regional secondo me c’è spazio per qualche sorpresa; chi esce da Vanderbilt-Wichita St potrebbe rivelarsi una mina vagante; pronosticherei Miami ma non ha tanto margine sulle altre (Villanova, magari Temple…). Nella parte alta Maryland (che possibile upset su California) lo scoglio principale per Kansas.
 
Nel Midwest la mia favorita d’obbligo è Michigan St. che ha la strada spianata almeno fino alle Sweet Sixteen, dove potrebbe incontrare una squadra in gran forma come la Seaton Hall di Whitehead (che però non ha un percorso agevole con Gonzaga e Utah). Nella parte alta del tabellone Virginia è la favorita per l’Elite Eight e se la dovrebbe vedere con la vincente di Iowa St.-Purdue, mia favorita personale, nella sfida per l’accesso alle Sweet Sixteen).
 
Chiusura per il Regional più debole il West: comincio col dire che non c’è una vera favorita, potrebbe arrivare in fondo Duke che al sommo della botta di culo è pure finita nella parte del tabellone più facile (del Regional più facile!). Baylor è molto lunga sotto i tabelloni ma è un ostacolo abbordabile come lo è il seed #1 ovvero Oregon. Molto più interessante la parte bassa dove qualche sorpresa potrebbe pure scapparci; forse la Oregon St. di Gary Payton II (bello scontro con VCU al primo turno) ma molto di più Taxas di Shaka Smart (che potrebbe avere qualche minuto da Cameron Ridley al rientro dall’infortunio al piede). Le favorite d’obbligo di questa porzione di tabellone dovrebbero essere Texas A&M (che dovrà superare Texas per accedere alle Sweet Sixteen) e la Oklahoma di Buddy Hield.
 
Buona MM16 a tutti.
 
By COOPapERino21

Scott: la peggior scelta possibile

In Nba i tempi sono cambiati, e con essi anche il prestigio e la considerazione delle migliori squadre di ogni epoca. Per quanto concerne i Lakers, a oggi, non si può far che altro che dare un semplice sguardo al futuro. Le prospettive, in un certo senso, sono rosee, date le ultime aggiunte arrivate dal draft: giovani di grande potenziale, che molto probabilmente andranno a costituire le fondamenta del futuro prossimo lacustre; ragion per cui non mancherebbero i motivi per essere ottimisti. I Lakers sono reduci da quattro annate decisamente deludenti, il lasso di tempo tra i bassifondi della lega più lungo della gloriosa storia di questa franchigia.

L’addio di Kobe: conferenza stampa in versione integrale

Kobe Bryant. Lover of The Game

Dear Basketball,

 

From the moment
I started rolling my dad’s tube socks
And shooting imaginary
Game-winning shots
In the Great Western Forum
I knew one thing was real:

I fell in love with you.

A love so deep I gave you my all —
From my mind & body
To my spirit & soul.

As a six-year-old boy
Deeply in love with you
I never saw the end of the tunnel.
I only saw myself
Running out of one.

And so I ran.
I ran up and down every court
After every loose ball for you.
You asked for my hustle
I gave you my heart
Because it came with so much more.

I played through the sweat and hurt
Not because challenge called me
But because YOU called me.
I did everything for YOU
Because that’s what you do
When someone makes you feel as
Alive as you’ve made me feel.

You gave a six-year-old boy his Laker dream
And I’ll always love you for it.
But I can’t love you obsessively for much longer.
This season is all I have left to give.
My heart can take the pounding
My mind can handle the grind
But my body knows it’s time to say goodbye.

And that’s OK.
I’m ready to let you go.
I want you to know now
So we both can savor every moment we have left together.
The good and the bad.
We have given each other
All that we have. 

And we both know, no matter what I do next
I’ll always be that kid
With the rolled up socks
Garbage can in the corner
:05 seconds on the clock
Ball in my hands.
5 … 4 … 3 … 2 … 1

Love you always,
Kobe

PreSeason 2015: Lakers vs Blazers 104-102 W (3-4)

PreSeason 2015: Lakers vs Blazers 104-102 W (3-4)

Dopo la partita terminata anzitempo contro i Warriors causa parquet scivoloso, i Lakers scendono in campo nella notte contro i Blazers allo Staples.
Coach Scott è costretto a rinunciare ancora una volta a Kobe e Lou Williams ( i due dovrebbero comunque recuperare per l’opener contro Minnesota ) e decide di concedere minutaggi importanti a tutti gli altri uomini a disposizione. Ridotto l’impiego in campo sia di Randle che di Hibbert che giocano esclusivamente il primo quarto.
Bene, ancora una volta Jordan Clarkson che duella alla pari con Lillar ed è il top scorer dei gialloviola con 17 punti e Huertas autore di 8 punti e soprattutto 8 assist.
La partita piacevole ed equilibrata, arriva all’ultimo quarto con il punteggio sostanzialmente in parità. Negli ultimi 3′ sale in cattedra D’Angelo Russell autore di 8 dei suoi 12 punti proprio nel finale. La sfuriata del rookie dei Lakers vale il +9 a circa un minuto e mezzo dal termine. Sembra finita eppure i padroni di casa si complicano maledettamente la vita e, grazie pure ad un paio di canestri fortunati, Portland ricuce sul 102 pari con 4” da giocare.
Dopo il timeout, Jabari Brown rimette nelle mani di Ryan Kelly che riceve in punta. L’ex giocatore di Duke è abile a leggere la difesa degli avversari ed invece di servire un compagno sul perimetro si butta dentro schiacciando sulla testa di Noah Vonleh.
Termina 104-102. Prossimo ed ultimo impegno di prestagione nella notte tra giovedì e venerdì contro i Golden State Warriors.



(f.r.)

Fight Lamar, fight !

Fight Lamar, fight !

Las Vegas è conosciuta in tutto il globo come la capitale del divertimento e soprattutto del gioco d’azzardo. Un posto unico al mondo, dove si intrecciano ogni anno i destini e le storie di quasi 40 milioni di persone che accorrono in pellegrinaggio spinti dalla passione per il gioco, dalla voglia di passare una serata indimenticabile o semplicemente per prendere parte anche solo da spettatori curiosi alla vita di quel carrozzone unico.
E’ così che ogni giorno nelle hall dei 19 tra i 25 alberghi più grandi al mondo, 365 giorni l’anno, i giocatori sfidano il fato affidando i loro risparmi alle lune di colorate e rumorose slot machine o mettendoli nelle mani dei più bravi croupier del mondo. E’ così da poco meno di un secolo.
Capita di incontrare personaggi famosi o perfetti sconosciuti, miliardari o poveracci, ragazzi ed escort, famiglie o vecchi rincitrulliti tutti con un unico desiderio in comune: quello di scommettere ( e magari vincere ).
Capita pure che in una tiepida sera d’autunno Kobe Bryant ed i Los Angeles Lakers si siedano “al tavolo” della MGM Arena per il consueto appuntamento annuale che li vede protagonisti a due passi dalla strip.
Poco lontano da lì, un ex Laker, Lamar Odom si sta sedendo ad un tavolo ben più importante. Va “all in” Lamar. Punta la sua vita. Scommette di essere in grado di riuscire a sconfiggere un cocktail di erbe afrodisiache miste ad alcool.

Curiosa e strana la storia di quell’uomo, proprio come una di quelle che ti capita di ascoltare mentre sei lì a Vegas, tra una puntata ed un’altra, in attesa che giri la fortuna al tavolo o che più semplicemente vengano mischiate le carte.
Perché sì, quel ragazzone nato a New York nel 1979 sarebbe totalmente a suo agio in quella città. L’espressione sempre sorridente, il fare scanzonato ed i vestiti alla moda, il suo essere perfettamente cool come chi, prima di andare al ristorante o entrare in un locale, si siede al tavolo per tentare la sorte.
Lui che per una vita ha dovuto scommettere e vincere contro numerose avversità. Ad appena 12 anni ha dovuto battere il destino che l’aveva privato della madre morta per un cancro al colon. Da uomo, tornato nella Grande Mela per il funerale di una zia, ha dovuto scommettere e sconfiggere il dolore più grande, cioè la perdita di un figlio di sei anni e mezzo.

La sua stessa carriera NBA era iniziata come una grande scommessa. Sì perché quando finisci nella peggiore franchigia dei primi anni 2000, i Clippers, è difficile scommettere sul tuo futuro, soprattutto se poi, oltre alle sconfitte sul campo, tante, sei costretto ad affrontare per due volte in otto mesi una sospensione per violazione delle politiche antidroga della Lega.
Eppure proprio quando in molti avrebbero scommesso contro Lamar, lui è riuscito, per un po’ a restare seduto a quel tavolo da vincitore, con fare sicuro e fiero: tante fiches guadagnate di fronte a lui e sopratutto due anelli luccicanti vinti da protagonista assoluto, andando contro diversi pronostici.

Insegnano i saggi del gioco che un tavolo che sta pagando non andrebbe mai cambiato a favore di un altro, soprattutto se la compagnia è quella piacevole.
Si perché seduti con Lamar, allo stesso tavolo da gioco, c’erano i Lakers. Insieme per 519 partite e ben 7 anni.
E’ vero, qualche mano negativa c’era stata, soprattutto quando le aspettative di chi lo immaginava come lo Scottie Pippen del nuovo millennio erano state deluse. Ma le vittorie e le gioie sono state sicuramente maggiori: 3 Finali NBA, 2 titoli ed il riconoscimento di miglior sesto uomo dell’anno.
Insegna Kevin Spacey, nelle vesti del professor Mickey Rosa in 21, che al tavolo di gioco bisogna imparare a contenere le proprie emozioni, quando si vince, ma soprattutto quando si perde.
Non ci riuscirono, talvolta,gli studenti del MIT Blackjack Team, non ci è riuscito nemmeno Lamar che, dopo una mano andata male ( Dio solo sa quanto è costata anche ai Lakers ! ) reagì d’istinto, alzandosi di scatto da quel tavolo e preferendo scommettere da capo, ancora una volta, solo contro il mondo.
Perché la delusione per essere stato inserito nella maledetta trade ( sfumata ) che avrebbe dovuto portare Chris Paul ai Lakers era, per lui che nella vita reale ne aveva superate di ben più pesanti, talmente grande da impedirgli di continuare a giocare seduto insieme ai Lakers.
Si sentì tradito Lamar, gli cadde il mondo addosso a tal punto da richiedere di essere scambiato, minacciando di non presentarsi più ad El Segundo finchè non gli trovassero una nuova squadra.
Da lì in poi il baratro, cestisco e non solo.
Dallas, un divorzio, i Clippers, persino una breve e fallimentare parentesi in Europa; poi un timido tentativo estivo ai Knicks.
Sostanzialmente la fine della sua carriera.

Da quel dicembre 2011 ad oggi i due ex fortunati compagni di gioco sono rimasti seduti, nello stesso casinò. Vicini da potersi osservare, Odom sostanzialmente tranne brevi periodi non è mai andato via da Los Angeles. Sicuramente vi è sempre restato con la mente ed i pensieri. Come quella volta in cui ai Clippers, nel 2012, si presentò così durante il media day “Hi I’m Lamar Odom of the Los Angeles Lakers.Oh I said Lakers ?”
Non una parola, poco più di qualche sguardo. In comune solo un destino fatto di tante, troppe sconfitte: in campo i giallo viola, nella vita Lamar.
Perché se da una parte, il front office giallo viola si svenava puntando invano sul numero 10 e 12, dall’altra Odom scommetteva su se stesso e sulla sua capacità di farcela, contro tutto e tutti, finendo in un bordello del Nevada in compagnia di whisky, puttane e droghe, praticamente da solo.
Fino a ieri, 13 ottobre 2015.
Fino al momento in cui il 24 in gialloviola abbandonando il casinò del MGM, si è recato in fretta e furia dall’amico, al Sunrise Hospital, senza dire una sola parola. Con il solo intento di riabbracciare il compagno di tante battaglie, con la speranza che non sia stata l’ultima volta.
Ed è certo che in quella 70 miglia di taxi, tra la Strip ed il triste sobborgo di Vegas, il pensiero di Kobe sia andato alle mille serate insieme.
Dalle deludenti notti trascorse tra la California e l’Arizona nelle primavere 2006 e 2007, alla serata invernale del 2009 a Cleveland, Ohio, quando proprio un gran secondo tempo dell’amico Odom salvò da una brutta sconfitta un Kobe febbricitante contro il suo più grande rivale dei tempi.
Come non ripensare alla felice notte dopo gara 5 ad Orlando trascorsa a festeggiare il primo titolo insieme ai Lakers, oppure a quella dopo gara 7 dell’anno successivo.
Oppure a quella sera a Boston quando una pacca sul sedere data a Garnett svegliò i Lakers, mandando totalmente in confusione gli avversari e portò all’ennesima vittoria gialloviola a Beantown.
Quanti ricordi. Come quello dell’ultima partita insieme, gara 3 a Dallas del 2011: una serata sofferta, con i Lakers chiamati alla disperata impresa di ribaltare una serie iniziata male (e finita peggio) contro i Mavs. Avanti con la forza dei nervi e della disperazione tutta la partita fino alla rimonta finale degli avversari e la tripla decisiva di Odom, proprio su scarico di Kobe, che finisce sul ferro.
Avrebbe voluto parlarne Bryant insieme a Lamar, anche ieri sera. Come fanno due vecchi amici che ricordano i bei tempi con un po’ di malinconia.

I Lakers del 2009 avevano l’abitudine di incrociare le braccia e di raccogliersi in cerchio attorno ad Odom. Lamar, non era il loro capitano, ne il primo o secondo miglior giocatore della squadra. Lui era lì, al centro e caricava i compagni, prima di ogni gara – Siamo la miglior squadra della NBA!- diceva ed i Lakers si gasavano con lui prima di ogni palla a due.
Ai tempi felici di Los Angeles il basket non era la sua unica attività. A Lamar piaceva la moda e così decise di lanciare una linea di abbigliamento tutta sua, fatta di t-shirts raffiguranti animali, immagini religiose e foto di posti particolari.
Tra le magliette prodotte ce n’era una raffigurante un campo da basket in bianco e nero. Si trattava del campo situato presso il Lincoln Park, il playground dove Odom stava giocando la notte in cui morì la madre, Cathy Mercer. Nella parte bassa della stessa maglietta una rosa. Lee Jankins, giornalista di Sports Illustrated, un giorno, nell’estate del 2009, gli chiese se quel fiore fosse lì a rappresentare la mamma. Lamar rispose di no. Disse che rappresentava ciò che può nascere dal cemento duro di quei luoghi.

Quella rosa era Lamar. Quella rosa deve sbocciare di nuovo e vincere anche questa scommessa. Forse la più difficile.

Fight Lamar, fight!

PreSeason 2015: Lakers vs Kings 100-107 L (1-4)

PreSeason 2015: Lakers vs Kings 100-107 L (1-4)

Nella sera in cui l’universo gialloviola è sconvolto dalla notizia di Lamar Odom trovato in fin di vita in un motel a 70 miglia da Las Vegas, i Lakers cedono 100-107 contro i Kings al MGM Arena di Vegas.
Segnali non proprio confortanti nel primo tempo, letteralmente dominato dagli uomini di George Karl che chiudono i primi 24′ in vantaggio di 11 punti sul 63 a 52.
Nel secondo tempo L.A. prova ad aggrapparsi a Lou Williams e Jordan Clarkson, 33 in due. Sacramento non molla e vince l’amichevole di Sin City.
Da segnalare problemi alla gamba nel corso del primo tempo per Kobe Bryant; tuttavia non destano preoccupazioni le condizioni del Black Mamba.
Prossima gara contro i Golden State Warriors.



(f.r.)